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Le domande

Dopo circa quindici anni dall'istituzione del Parco Nazionale alcuni abitanti del Pollino iniziano a chiedersi: "Stiamo meglio adesso? Cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo perso?".
La stessa proposizione di simili domande segnala che non tutto è andato per il verso giusto, che molte attese sono state disilluse, che alcune potenzialità sono rimaste inespresse che non tutti i valori presenti sul territorio sono diventati risorse utili per lo sviluppo.
Data questa premessa appare utile interrogarsi ancora oggi su cosa dovrebbe essere un parco naturale: una biosfera di vetro nella quale è chiuso un pezzo di paesaggio da conservare integralmente, così com'è, per le prossime generazioni, abbandonando tutto il resto del territorio al degrado? E' tuttavia davvero "naturale" pensare ad un luogo immutabile nel tempo?
Se non vogliamo condannare le prossime generazioni a pagare le conseguenze delle nostre azioni è anzi necessario scoprire nuovi modi alternativi per realizzare uno sviluppo virtuoso che sia in grado di rendere armoniche le azioni umane con i cicli naturali.
I parchi dovrebbero essere dunque soprattutto luoghi di sperimentazione; non più fortezze assediate ai margini dal mondo "normale" ma laboratori di avanguardia dove proporre sistemi efficaci che possono essere riconosciuti come buone pratiche da applicare anche al di fuori dei confini del parco.
Sono questi argomenti attuali ovunque nel mondo poiché le risorse naturali, ormai non più solo il petrolio ma la stessa acqua, sono sempre più scarse e compromesse e gli stessi equilibri climatici sono stati duramente messi alla prova. Sviluppando un nuovo approccio a questi problemi le aree naturalistiche protette possono divenire luoghi centrali.